ITINERARIO RELIGIOSO A MANERBA

Arrivati a Manerba, la prima chiesa che incontriamo è quella di Santa Lucia nella frazione di Balbiana, menzionata nella visita pastorale del 1454 dall’allora vescovo di Verona. La dedicazione a Santa Lucia è di origine veneta, poiché il culto della santa si è diffuso in queste zone nel periodo di dominazione della Repubblica di Venezia. La facciata è a capanna, sono presenti un portale ad arco e un finestrone; anche nella fiancata laterale, contigua al campanile, vi è un bel portale. L’interno, ad aula unica, conserva affreschi tardo gotici, databili tra XV e XVI secolo, in cui ricorre più volte il tema della Madonna in trono con Bambino. La zona absidale è interamente affrescata: da destra si susseguono La Salita al Calvario, La Crocifissione e La Deposizione, intercalate da due scorci di paesaggio. Sull’arco trionfale, infine, abbiamo L’Annunciazione, secondo l’iconografia classica, con la Madonna sulla destra e l’angelo annunciante sulla sinistra.

Proseguendo per il centro, troviamo nella frazione di Solarolo la Chiesa di Santa Maria Assunta, che prese il posto della Pieve Vecchia come nuova sede parrocchiale, quando quella divenne insufficiente per accogliere i fedeli sempre più numerosi. La prima pietra venne posta il 20 gennaio 1746 e fu consacrata nel 1781. Ampio e solenne complesso architettonico, sormontato da una cupola ottagonale, presenta una maestosa facciata barocca che, data la sua posizione centrale affacciata sulla cima della collinetta di Solarolo, si vede da lontano. L'interno, in stile neo-classico, ha un prezioso altare maggiore in marmo policromo e altri sei altari caratterizzati da stucchi, marmi e capitelli. Pregevole è la pala dell'altare maggiore, attribuita ad Andrea Celesti, che raffigura L'Assunzione di Maria Vergine, a cui il tempio è intitolato. Nella parete di fondo dell’abside si apre la nicchia che custodisce la preziosa statua lignea della Madonna con Bambino, trasferita dalla Pieve Vecchia e oggetto della secolare devozione dei fedeli della comunità. Completa l’armonico quadro d’insieme un grande organo fabbricato nel 1845 dal Marchesini.



Nella frazione di Solarolo, vicino al cimitero si trova la chiesa della Santissima Trinità, le cui prime attestazioni risalgono alla visita pastorale del vescovo Ermolao Barbaro del 1454. La facciata romanica è semplice, a capanna con rosone centrale in cotto e con il portale ad arco leggermente acuto, ai lati si aprono due finestre. L'interno è costituito da un'unica navata, scandita in tre campate da due archi a tutto sesto, che termina in un presbiterio quadrangolare con volta a crociera, affiancato dal corpo del campanile. Sul versante nord si trovano due cappelle laterali absidate semicircolari. La chiesa internamente è decorata con affreschi di un certo pregio artistico, attribuiti ad un pittore sconosciuto a cui si fa riferimento come il Maestro di Solarolo, operante nelle varie chiese della zona tra metà del XV e i primi anni del XVI secolo. Da ricordare, nell’altare laterale sinistro, l’affresco de La Natività, raffigurante personaggi con i tratti del viso marcati e quasi realistici. Sulle pareti della cappella di sinistra, sono rappresentate alcune scene della vita di Cristo, mentre nella calotta, incorniciato da strutture architettoniche classicheggianti, è raffigurato Il Giudizio Universale, di cui restano ben visibili le anime buone vestite e le anime dei dannati nude. Nel 1746, la chiesa rischiò di essere demolita al fine di utilizzarne le pietre ed altro materiale per il nuovo edificio della parrocchiale di S. Maria Assunta a Solarolo; invece, scampò a questa sorte, ma rimase abbandonata per circa un secolo fino alla costruzione del nuovo cimitero di cui è diventata la cappella.

Sempre a Solarolo, troviamo la chiesa dedicata a San Giovanni Battista decollato che appartenne all’Ordine dei Cavalieri di Malta. Le sue origini sono antiche, come si evidenzia dalle tracce di una tecnica costruttiva utilizzata tra l’VIII e l’XI secolo, presenti in una muratura incorporata nel perimetrale nord della chiesa; fu ricostruita nel XVII secolo nelle forme del tardo barocco tipico dell’area bresciana.

Proseguendo verso il lago, arriviamo su un pianoro erboso da cui si gode una splendida vista e su cui si erge la chiesa di San Giorgio. L’ abside e il perimetrale nord sono di chiara fattura medievale, mentre il portico all’ingresso è seicentesco. Ad aula unica, l’interno è impreziosito da affreschi trecenteschi e quattrocenteschi con un evidente debito verso il linguaggio tardo-giottesco; tra questi ricordiamo l’Annunciazione e San Giorgio che uccide il drago e libera la principessa.

Sempre sulla riva alta è da menzionare la Chiesa di San Sivino: nelle sue forme attuali è frutto di una ristrutturazione del XVII secolo, a navata unica con campate scandite da archi a tutto sesto. La parete meridionale e un frammento di pilastrino databile all’VIII secolo, suggeriscono una fondazione altomedievale e una sua probabile funzione di chiesa funeraria in relazione ad un’azienda agricola privata. Una pietra incisa sul lato sud della chiesa raffigurante una mano, un piede e la croce del Cristo, ha fatto nascere la leggenda, da parte della comunità locale, di un patto col diavolo. Si narra che in epoca medievale un mugnaio avesse così tanto lavoro da macinare il grano per metà della popolazione del territorio; tuttavia, un evento naturale fece mancare improvvisamente l’acqua al suo mulino, così da non aver più possibilità di macinare il grano. Il mugnaio pregò San Sivino con tutte le sue forze, ma non avendone risposta, si rivolse al demonio che si presentò prima in veste di frate, poi di nobile cavaliere che gli offrì un vero e proprio contratto, firmando il quale avrebbe riavuto lavoro e ricchezza in cambio della sua anima dopo la morte. Il mugnaio accettò il patto che venne siglato e impresso sulla pietra di una parete del mulino: l’uomo con l’impronta della mano e il demonio con quella del piede (segni tuttora visibili). Da quel giorno gli affari raddoppiarono a tal punto che dovette aggiungere un’altra ruota al suo mulino. Il tempo trascorse, giunse la vecchiaia e con essa la paura di doversi, da lì a poco, consegnare al diavolo. Si affidò a un prete a cui confessò questo orribile gesto, si pentì e promise di regalare tutto il suo denaro e il mulino alla Chiesa; così ottenne un insperato perdono divino. Il prete esorcizzò la pietra e annullò il patto, imprimendo una croce tra le due orme. Il diavolo, che aveva atteso un’intera vita umana per avere il suo pagamento, si inferocì, distrusse la casa del mugnaio e trasformò il denaro in cumuli di paglia. Ma l’uomo ormai era salvo, capendo che il denaro ha lo stesso valore delle foglie secche in cui era stato mutato. In verità, studi recenti vedono nei segni della pietra il sigillo della felice soluzione di un contenzioso tra il prete di Padenghe (il “piede”) e la comunità di Manerba (la “mano”) con la mediazione del Vescovo di Verona (la “croce”).

L’itinerario della Manerba religiosa continua nella frazione di Montinelle, dove si trova la chiesa dedicata a San Bernardo, ricordata anch’essa nella visita pastorale del 1454 e quindi edificata prima. L’edificio attuale si presenta a navata unica e struttura a capanna. L’abside ha forma quadrangolare e gli altari laterali sono in stile tardo barocco. Al suo interno è possibile ammirare un affresco tardogotico realizzato nel XV secolo e raffigurante una Madonna in trono con Bambino.

Nella frazione di Gardoncino troviamo un’altra piccola chiesa, anch’essa già censita nella visita pastorale del 1454 e dedicata a Santa Caterina. L’impianto dell’edificio è sicuramente basso medioevale, anche se alcuni interventi sono ascrivibili al periodo rinascimentale. La facciata è a capanna, con due finestrelle del XVI secolo che si aprono sui lati e un bel rosone in cotto, decorato al centro da una raggiera che forma dei motivi ovulari. Il portone d’ingresso, al quale si accede tramite una serie di gradini, è in legno e presenta delle profilature in pietra bianca aggiunte nel XVI secolo. L’interno è ad aula unica con alcuni affreschi degni di nota: sulla parete destra e in controfacciata Il Cristo Crocifisso con la Madonna, San Giovanni e Sant`Antonio Abate.



Arriviamo infine alla Pieve Vecchia, la chiesa madre di tutte le chiese e cappelle della Valtenesi, dedicata a Santa Maria, per quasi mille anni punto di riferimento per il territorio circostante. La sua prima fondazione, con annesso fonte battesimale, risale all’epoca paleocristiana e già nel medioevo è documentata la sua piena funzionalità. La dedicazione a Santa Maria e la leggenda legata al pievano Ermoaldo, che per dimostrare la sua santità camminò sulle acque del lago, colloca la sua origine intorno al VII secolo. La Pieve fu chiesa parrocchiale fino alla metà del XVIII secolo, quando rischiò di essere demolita per contribuire con le sue pietre alla costruzione della nuova parrocchiale di Santa Maria Assunta di Solarolo. A questa nuova chiesa l’antica pieve passò la dedicazione alla Madonna e la preziosa statua lignea della Vergine, risalente al XV secolo. L’attuale struttura, databile attorno all’XI-XII secolo è dedicata a S. Rocco; ha una struttura a tre navate, separate da pilastri quadrangolari su cui insistono archi a tutto sesto, che si chiudono in tre absidi. L’abside centrale, più grande, semicircolare, ha la parete esterna scandita da lesene e coronata da archetti. La facciata è articolata in un volume principale, corrispondente alla navata centrale, e in due corpi, più bassi e leggermente arretrati, corrispondenti alle navate laterali. Agli inizi del XII secolo è ascrivibile una magnifica Maiestas Domini nel catino absidale. Nella navata centrale di notevole pregio è la grande rappresentazione del Martirio di Sant’Orsola, dipinto sulla parete meridionale. Discretamente leggibile è L’Annunciazione sull’arco trionfale. Di inizio XV secolo sono invece i raffinati affreschi che decorano l’abside di destra rappresentanti Il Giudizio Universale e figure di Sante. La chiesa ha subito alcuni interventi di restauro nel XVI secolo ed in quell'occasione venne eretta la torre campanaria posta di fronte all’edificio. All'interno si conservano altari in muratura e legno alcuni dei quali fatti erigere dalla comunità o da famiglie ricche.

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